Broken Nature: Design Takes on Human Survival

A Milano le sale della Triennale sono occupate dalla XXII Esposizione Internazionale dal titolo gia di per sé esplicativo: ‘Broken Nature: Design Takes on Human Survival’. Potrà essere visitata fino al 1 settembre 2019 e vuole raccontare con progetti e esempi molto pratici, quali mezzi avrà l’uomo in futuro per difendersi da se stesso, o meglio dagli effetti che il suo operato ha causato nell’ambiente naturale. Se ne parla molto in questi mesi, i cambiamenti climatici, le catastrofi naturali sembrano avere come comun denominatore proprio la mano umana, questa mostra concentra gli ultimi risultati della ricerca scientifica applicata in vari campi, dall’ingegneria alla fisica, alla biologia, proprio per esplorare le possibili vie d’uscita dal tunnel che potrebbe portare all’estinzione l’essere umano. Cosa succederà quando le risorse di cibo saranno scarse o quasi inaccessibili? Come cambierà il modo di vivere o di morire nei prossimi secoli? Cosa succederà se le città diventassero sempre più circuiti chiusi e impermeabili alle influenze esterne? Quali saranno i segni del passaggio degli uomini sulla Terra tra duemila anni? Che tipo di fossili troverà l’uomo del futuro? Queste sono le domande che la curatrice Paola Antonelli, Senior Curator del Dipartimento di Architettura e Design e direttrice del reparto Ricerca e Sviluppo al MoMA, e i partecipanti si sono posti. Una sfida proiettata sicuramente verso il futuro, ma che pone dei quesiti impellenti per l’umanità, quelli legati alla propria sopravvivenza.
Esplorando le sale si nota come oggi sia in atto un deciso ribaltamento di quello che era il concetto di conservazione di alcuni secoli fa: vengono in mente le Wunderkammer seicentesche, stanze delle meraviglie, collezioni per ricchi signori che amavano tenersi vicino oggetti particolari e ricordi di viaggi avventurosi. Collezionavano perché non avevano altro modo per attingere alle informazioni naturalistiche, le mirabilia che accumulavano erano la risultante di esplorazioni e leggende, il senso era quello di far ammirare testimonianze di un mondo lontano, irraggiungibile. Oggi si conserva invece perché quei semi di piante, quelle conchiglie, quella varietà di tessuto molto presto non esisteranno più. L’esempio è l’opera ‘Reliquaries’, grande teca contenente cose che oggi troviamo con facilità ma che domani potremmo non trovare affatto; in essa gli elementi conservati sono investiti di sacralità, proprio come delle reliquie. Una manciata di terra non inquinata, una goccia di acqua pulita, una stella marina, vengono messe sotto vetro per ricordarci quanto l’abbondanza sia effimera.
Molti dei progetti esposti risultano veramente avveniristici, ma i loro tratti fantastici portano con sé riflessioni drammatiche. Si pensi alle risorse di cibo. In un futuro indefinito potremmo ritrovarci con scarsissime materie prime edibili, e allora cosa

farà l’uomo? È il quesito su cui Anthony Donne e Fiona Raby si sono soffermati studiando il Critical Design, una branca della Design che ha come focus lo studio dell’impatto e delle eventuali conseguenze delle nuove tecnologie. L’opera qui presentata è ‘Design for an Overpopulated Planet: Foragers’, si tratta di ripensare totalmente la raccolta di cibo, avvalendosi di tratti gastrointestinali che vengono esteriorizzati, progettati in maniera ingengneristica. Questi permetteranno agli uomini del futuro di potersi nutrire, e quindi digerire, anche di sostanze semi- commestibili, come radici e cellulosa. Il colore verde brillante scelto dai creatori, richiama da un lato l’elemento naturale, dall’altro l’utilizzo di materiali artificiali come la plastica, anche in maniera concettuale, non solo pratica, si percorre il limite ultimo della natura, verso l’uomo biomeccanico.

Il tema della morte è latente in tutta l’esposizione, in fondo si parla di soluzioni possibili per evitare la morte definitiva. Ma c’è qualcuno che ne ha analizzato più da vicino le componenti e le implicazioni ambientali. Anna Citelli e Raoul Bretzel hanno ideato ‘Capsula Mundi’, un contenitore a forma di uovo, costruito in materiali biodegradabili in cui possono essere collocate le ceneri o il corpo di un defunto. Il passo successivo è quello di interrare la capsula come fosse un seme e piantare un albero sulla sua sommità. Le riflessioni intorno a questa invenzione generano varie osservazioni. La prima è che ricalca i cicli naturali di vita e morte: dalla morte nasce una nuova vita, l’albero appunto, che non solo in qualche modo ristabilisce un equilibrio di elementi vitali e mortiferi dando vita a un nuovo essere dalle spoglie di un altro, ma funge come luogo di lutto e di ricordo. Dalla forma della capsula all’albero finale, concettualmente l’opera ha come scopo quello di ricordarci che la vita non finisce con il termine individuale di un essere, ma che scorre in un unico flusso su tutto il pianeta. C’è anche un elemento prettamente ecologico in ‘Capsula Mundi’, e nasce dal fatto che le bare utilizzate per l’inumazione risultano altamente inquinanti sia per la terra sia per le falde acquifere, i materiali con cui sono costruite, metalli e vernici, non solo rallentano i processi di decomposizione, ma rilasciano sostanze che difficilmente verranno poi smaltite dall’ambiente circostante.

Broken Nature è un esperimento volto a generare riflessioni e a mobilitare lo sviluppo economico tramite fruttuose relazioni interdisciplinari, come quelle tra ingegneri e designers, biologi e studiosi di scienze sociali, matematici e artigiani. Le nuove tecnologie prese in esame ci costringono a immaginare un avvenire che seppur lontano potrebbe nascondere problemi di enorme portata. Immaginando scenari drammatici e soluzioni tecnologiche plausibili forse l’uomo potrà arrivare nel futuro con una preparazione tale da sopravvivere a se stesso.